COSA VEDERE

La struttura turismo rurale avola antica gode di una posizione strategica;
infatti potrai visitare facilmente


Avola 

 

L’economia del paese è legata soprattutto ai prodotti agricoli ed alle coltivazioni, marginale è la pesca. Rinomata è la pasticceria, legata alla coltivazione nelle zone limitrofe alla città di Noto di una particolare varietà di mandorla, la Pizzuta d’Avola. Da Avola prende il nome anche il famoso vino, il Nero d’Avola, la cui origine è legata ai vitigni della cittadina e, nonostante oggi sia prodotto soprattutto in altre località, rende Avola famosa in tutto il mondo. Inoltre ad Avola si è molto sviluppato anche il turismo, grazie alle sue bellezze architettoniche, alle sue spiagge e anche grazie alla sua immediata vicinanza con la città barocca di Noto.


 

I Laghetti di Cavagrande 

 

Ciò che rende spettacolari le cave a causa dello scorrimento dei corsi d’acqua, è la morfologia del grande canyon di Cava Grande del Cassibile, il Kakyparis dei greci.
Sul versante nord è possibile osservare un piccolo agglomerato di abitazioni rupestri comunemente noto come Grotta dei Briganti.
Nel versante sud si trova un complesso sistema di abitazioni scavate nella roccia, disposte una accanto all’altra su sei diversi livelli paralleli, collegati tra loro da un sistema di cunicoli e gallerie chiamato dieri di Cavagrande.
Ai margini della riserva, a nord-est, sorgono varie necropoli antiche, nelle quali sono stati trovati ricchi corredi tombali e materiale ceramico: la sua peculiare decorazione, detta piumata o marmorizzata, rientra nell’ambito della cultura Ausonia presente nelle isole Eolie e nella Sicilia orientale intorno al 1000 a.C.


Noto  

 

« Noto è una delle città d’Europa più splendidamente costruite: questa piccola remota località emerge nella memoria al pari di Würzburg o Nymphenburg, come uno dei risultati più raffinati dell’età che produsse Mozart e Tiepolo »
(Douglas Sladen)

Le vie della città sono intervallate da scenografiche piazze ed imponenti scalinate che raccordano terrazze e dislivelli. L’unitaria ricostruzione produsse un tessuto urbano coerente e ricco di episodi architettonici.
Venne utilizzata la tenera pietra locale, di colore tra il dorato e il rosato, riccamente intagliata. La ricostruzione avvenne unitariamente sotto la guida del Duca di Camastra, che rappresentava a Noto il Viceré spagnolo.

A differenza di quanto accadde di solito nelle costruzioni barocche delle province del Sud Italia, come soprattutto a Lecce e, in Sicilia, a Catania, gli architetti che lavorarono a Noto non puntarono tutto sui motivi ornamentali, i quali restano sempre ben controllati, senza squilibri rispetto alle architetture nelle quali sono inseriti[9]. Inoltre, gli architetti attivi a Noto, Rosario Gagliardi, Vincenzo Sinatra e Paolo Labisi, si impegnarono anche nella realizzazione di architetture elaborate, con l’impiego di facciate concave (come nella chiesa del Carmine o in quella di San Carlo Borromeo al Corso), convesse (come la chiesa di San Domenico) o addirittura curvilinee, come nella torre campanaria del seminario.

Il barocco di Noto pervade l’intera città: gli elementi barocchi non sono isolati all’interno di un contesto urbano caratterizzato da diversi stili, ma sono collegati tra di loro in modo da realizzare quella che è stata definita la “perfetta città barocca”[10]. A tal proposito Ugo Ojettisostenne: «Noto ai primi del Settecento è una delle nostre città sorte d’un colpo, pel fatto sembra d’una volontà sola, immagine precisa del gusto d’un’epoca. A visitarla, palazzi, chiese, conventi, teatro pare un monumento unico, tutto costruito nello stesso tufo giallo, nello stesso barocco, come dice bene il Fichera, fiammeggiante, con una grandiosità senza pause e una regalità senza avarizia»[11].

Dell’impegno degli architetti netini per la creazione di grandi scenografie, in un’ottica barocca pienamente consapevole e non provinciale, si accorse pure un maestro dell’immagine come Michelangelo Antonioni, il quale in una scena de L’Avventura, girata a Noto, fa dire al protagonista, interpretato da Gabriele Ferzetti, intento ad ammirare la città dalla terrazza del campanile della chiesa di San Carlo al Corso: «Ma guarda che fantasia, che movimento. Si preoccupavano degli effetti scenografici. Che libertà straordinaria!»


 Ispica 

COSA VEDERE

 

Basilica di Santa Maria Maggiore

 

La facciata della basilica di Santa Maria Maggiore

La basilica settecentesca venne progettata dall’architetto di Noto Vincenzo Sinatra e vi è aggiunto un porticato con 23 passaggi che delimita la piazza. L’interno, a tre navate conserva una decorazione in stucco opera di Giuseppe e Giovanni Gianforma e affreschi del 1765 di Olivio Sozzi. Ospita una statua del Cristo flagellato alla colonna che venne qui trasferita dopo essersi salvata dal terremoto e che è oggetto di particolare venerazione durante i riti della settimana santa.

L’edificio è stato dichiarato monumento nazionale nel 1908.

Basilica della Santissima Annunziata

 

La chiesa dell’Annunziata

La chiesa venne costruita dopo il terremoto a partire dal 1704, in sostituzione dell’omonimo edificio distrutto nell’antica Spaccaforno, oggi nel parco Forza.
All’interno conserva la decorazione a stucco in stile rococò del palermitano Giuseppe Gianforma e ospita alcune opere salvatesi dalle distruzioni del sisma: un “Adorazione dei Magi” e una tavola dell'”Annunciazione” del 1550. Contiene il settecentesco Cristo con la Croce dello scultore Guarino da Noto, un gruppo scultoreo in legno con il Cristo e due Giudei, anch’esso oggetto di particolarissima devozione da parte degli Ispicesi durante la Settimana Santa.

Chiesa madre di San Bartolomeo

 

La chiesa matrice, consacrata a san Bartolomeo
La chiesa madre, consacrata a san Bartolomeo venne ricostruita dopo il terremoto a partire dal 1750 e completata nel corso di un secolo e mezzo. Esternamente è preceduta da una doppia scalinata che la eleva rispetto alla piazza antistante. La facciata coniuga elementi tardo-barocchi con altri neoclassici. L’interno è suddiviso in tre navate da pilastri di ordine tuscanico. Conserva all’interno il monumento funebre di Don Giovanni Statella Caruso ed un pregevole altare del Crocifisso in marmi policromi entrambi del XVII secolo, oltre ad un antico crocifisso ligneo dell’interessante iconografia tardo-bizantina del XV secolo.

Il crocifisso ligneo Crocifisso dipinto su croce lignea (sec. XV). Presenta un’interessante iconografia tardobizantina. Il Cristo nudo, con perizoma, dai tratti anatomici schematizzati, ha una testa reclinata in avanti all´interno di un nimbo sporgente dal piano ligneo. Nelle estremità dei bracci della croce sono rappresentati Maria (a sinistra), Giovanni (a destra) e il pellicano in alto. Nella lettera di donazione alla chiesa La marchesa Pilegra, vedova Statella, nel 1738, scrive: «credo esser opera di Trapani».

Chiesa Madonna del monte Carmelo

 

Interno della chiesa: nicchia della Beata vergine Maria del monte Carmelo, patrona della città

Il complesso della chiesa e dell’ex convento del Carmine risale al 1534. La sua struttura architettonica viene, via via, ad essere definita lungo tutto il Seicento con 18 celle per i frati e gli altri locali di servizio. Ridotto in macerie a causa del terremoto del 1693 viene riedificato unitamente alla chiesa nel ‘700. Il prospetto della chiesa comprende artigianali bassorilievi di stile rinascimentale databili tra la seconda metà del sec. XVI e la prima metà del secolo XVII. Un putto reggicartiglio sull’arco d’ingresso reca la data 1632 mentre tra lo stemma carmelitano e la base della nicchia con la statua della Madonna del Carmelo si legge la data di una ristrutturazione della facciata, 1730. La fisionomia attuale viene definita alla fine dell’Ottocento con la realizzazione della cella campanaria. Nel complesso è un risultato di continue integrazioni col riutilizzo di frammenti architettonici legati al momento tardorinascimentale. La chiesa ospita il simulacro della Beata Vergine Maria del monte Carmelo, patrona della città.


Palazzolo Acreide 

 

Le manifestazioni che hanno un’antica tradizione popolare nel paese sono: le feste in onore di san Paolo, san Sebastiano, san Michele, l’Addolorata, la Santa Pasqua, il Carnevale e le “rappresentazioni classiche”.

Le feste in onore dei santi si svolgono quasi tutte con uno stesso cerimoniale, ma quelle con il maggior coinvolgimento popolare sono quella in onore di san Paolo, patrono della città (25 gennaio e 29 giugno), quella dei san Sebastiano (20 gennaio e 10 agosto), quella dell’Addolorata (terza domenica di settembre e venerdì santo) e quella di San Michele (domenica successiva al 29 settembre, quando questa data non cade di domenica, e 8 maggio).

I festeggiamenti, fino agli anni sessanta, duravano circa una settimana, in quanto si tenevano, per l’occasione, fiere di bestiame note in tutta la Sicilia. Oggi i festeggiamenti durano tre giorni. Nel primo giorno si svolgono concerti di musica leggera al Giardino Pubblico (‘a sirata a villa). Nel secondo giorno (‘a vigilia) avviene la svelata del santo nell’altare maggiore della chiesa di appartenenza (‘a sciuta ra càmmira).

Il terzo giorno è quello dei festeggiamenti veri e propri: le messe solenni, quelle cantate, il panegirico e, alle tredici, l’uscita del santo dalla chiesa (‘a sciuta ri manziornu), tra scampanii, fuochi artificiali e lancio di ‘nzareddi, portato, secondo la tradizione, a spalla (‘a spadda nura) e seguito da fedeli, soprattutto donne, a piedi nudi (‘u viaggiu scausu), che adempiono allo scioglimento di un voto. Il santo viene fatto uscire anche di sera, verso le ore 20, e condotto per tutto il paese, secondo itinerari tradizionali, accompagnato dalle bande musicali e dai fedeli. I festeggiamenti si concludono nella tarda notte o nelle prime ore del mattino con l’esibizione di cantanti o altri spettacoli e con il grande finale di fuochi d’artificio.

Da segnalare infine la festa con processione dell’Immacolata (8 dicembre), ripristinata da qualche anno. Come tradizioni gastronomiche ricordiamo la “salsiccia palazzolese”, le paste di mandorle, la produzione di olio extravergine d’oliva….ed anche squisiti piatti con i sapori dell’ambiente circostante: timo, asparagi, finocchietto selvatico, origano, “aiti”,”amareddi” e altre ancora.


Modica 

 

Modica, come altri centri storici del Val di Noto, deve la sua particolare configurazione urbana alla non comune conformazione del territorio combinata ai vari fenomeni di antropizzazione. Molte abitazioni della parte vecchia della città, addossate le une sulle altre, sono spesso l’estensione delle antiche grotte, abitate fin dall’epoca preistorica. Sono state censite circa 700 grotte che una volta erano abitate, o comunque adibite a qualche uso, fra quelle visibili e quelle “inglobate” in nuove costruzioni. Di notevole rilevanza storica è l’ottimo stato di conservazione, in pieno centro storico, della necropoli del Quartiriccio, al quartiere Vignazza, con alcune decine di tombe a forno scavate nella roccia, risalenti al 2200 a.C. Il tessuto urbano, adagiato sui fianchi delle due vallate e sui pianori delle colline sovrastanti, è un intrigo di casette, viuzze e lunghe scale, che non possono non ricordare l’impianto medievale del centro storico, tutto avviluppato intorno allo sperone della collina del Pizzo, sul quale poggiava inaccessibile il Castello. Modica è un’inaspettata meraviglia… È un effetto bizzarro, unico, qualcosa di addirittura irreale come visto nel prisma deformante del sogno, come un immenso fantasmagorico edifizio di fiaba, il quale, anziché di piani, fosse fatto di strati di case. Da questo accastellarsi, svettano campanili e campanili: con queste parole il poeta e scrittore veronese Lionello Fiumi descriveva il suo stupore nel raccontare sulle pagine di un quotidiano il suo viaggio a Modica negli anni sessanta del Novecento. Le chiese solitamente non si affacciano su piazze, ma su imponenti e scenografiche scalinate modellate sui declivi delle colline. Lo stile prevalente dei monumenti è quello comunemente identificato come tardo barocco, ma più specificatamente, per quel che riguarda Modica, dobbiamo parlare del Barocco siciliano della Sicilia sud orientale, quello successivo al catastrofico terremoto del Val di Noto del 1693. L’aspetto molto caratteristico del centro storico è stato turbato da alcuni scempi edilizi succedutisi dagli anni sessanta agli anni ottanta ad opera di alcuni imprenditori edilizi poco coscienziosi, con il permesso di una classe politica non sempre all’altezza del proprio ruolo.
Altro elemento caratterizzante il territorio, in particolare la campagna, è la fitta rete di “muri a secco” che delimita gli appezzamenti di terreno, trapunti di maestosi alberi di carruba, molto frequenti in tutto il territorio provinciale (maggior produttore italiano del suo frutto). La ragione della fitta maglia di muri a secco va ricercata nella precoce formazione di una classe di piccoli proprietari terrieri, che dalla prima metà del Cinquecento frazionarono un immenso feudo, la Contea di Modica, corrispondente grosso modo al territorio dell’odierna Provincia di Ragusa, delimitando le nuove proprietà con tali recinti.
Come retaggio ed eredità di una bizzarria storica, che ha privato Modica della sua secolare centralità politica, amministrativa e culturale, la città conserva una sua autonomia comprensoriale. Per esempio, quando nel 1955 fu istituita la Diocesi di Ragusa, la città di Modica, insieme alle limitrofe Scicli, Pozzallo e Ispica, rimase a far parte della Diocesi di Noto, a cui appartiene dal 1844. Inoltre la città ha mantenuto il suo storico Tribunale, che risale al 1361. Le Istituzioni e le strutture scolastiche, sanitarie e giudiziarie, pertanto, continuano ad essere un punto di riferimento per le popolazioni della parte orientale della provincia iblea, oltreché dell’intero distretto geografico sud orientale dell’Isola.


Siracusa 

 

La festività siracusana popolare più nota a livello nazionale e internazionale è la festa di Santa Lucia, la quale comincia il 13 dicembre, giorno in cui si svolge la processione con la statua della Santa per le vie della città. La statua venne fabbricata nel 1500 e viene portata a spalla dai devoti.
La festività termina sette giorni dopo, con l’Ottava di Santa Lucia, quando il simulacro d’argento viene riposto all’interno del Duomo.
Negli ultimi tempi, per l’occasione giunge dalla Svezia una giovane, scelta nel proprio paese d’origine, e vestita di bianco rappresenta Lucia da Siracusa, partecipando alla processione con i siracusani. Tale tradizione sveva nasce nel 1927 ed è alla base del gemellaggio tra Siracusa e Stoccolma.
La festività per Santa Lucia si ripete nella prima domenica del mese di maggio, tale celebrazione prende il nome di Santa Lucia delle quaglie.


 Marzamemi 

 

Dal porto di Marzamemi, in passato, partivano anche navi che trasportavano grandi quantità di vino prodotto localmente verso i diversi porti della penisola. Il vino veniva trasportato anche da treni merci verso varie località estere, essendo stata Marzamemi fornita di stazione ferroviaria.
Fino al 31 dicembre del 1985, era raggiungibile anche tramite i treni viaggiatori della ferrovia che da Siracusa e Noto, costeggiando il territorio della Riserva naturale orientata Oasi Faunistica di Vendicari, raggiunge Pachino.
Ulteriore fonte di sviluppo è la pesca e la lavorazione di prodotti ittici: famosa è, ad esempio, la bottarga di tonno rosso, lavorata usando artigianalmente antichi sistemi di essiccazione derivati dalla cultura arabo-fenicia.
Marzamemi possiede una bella spiaggia: negli ultimi anni, ha puntato sul turismo, offrendo la possibilità di numerosi approdi attrezzati per imbarcazioni da diporto. In estate, la popolazione aumenta notevolmente, grazie anche agli insediamenti residenziali sorti nei pressi del borgo antico.
Nel primo lunedì di agosto dopo il Ferragosto, i cattolici festeggiano Francesco di Paola, da loro venerato come santo, con una processione di barche, cuccagna a mare e una regata.
Nel 1993 il borgo storico è stato utilizzato come location dal regista Gabriele Salvatores per il film Sud, con protagonisti gli attori Silvio Orlando, Claudio Bisio e Francesca Neri. Film contenenti scene girate a Marzamemi sono Kaos dei fratelli Taviani, I Malavoglia di Pasquale Scimeca, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Mario e il mago di Klaus Maria Brandauer, Oltremare di Nello Correale, Cuore Scatenato di Gianluca Sodaro, Tra due mondi di Fabio Conversi, oltre alle serie televisive Il Commissario Montalbano e Blindati di Claudio Fragasso, e a programmi televisivi come Linea Verde, Geo&Geo, Sereno Variabile, Pianeta Mare, Lineablu (fonte testo citato di Salvo Sorbello).
Dal 2000 Marzamemi ospita il Festival del Cinema di Frontiera.


Fontane bianche 

 

Fontane Bianche è una frazione che dista 12 Km da Siracusa, situata nell’omonimo libero consorzio comunale. Sorge sulla costa a sud del capoluogo e conta una popolazione di 889 abitanti.

All’interno del suo territorio ha la foce il fiume Cassibile.


Porto palo 

 

Il borgo è sormontato da una torre di avvistamento costiera costruita nel 1583 per la difesa della città dalle incursioni piratesche. Oggi il borgo è dotato di un piccolo porticciolo per imbarcazioni da diporto e da pescherecci.


Pantalica 

 

Il sito si trova su un altopiano, circondato da canyon formati nel corso dei millenni da due fiumi, l’Anapo e il Calcinara, che hanno determinato l’orografia a canyon caratteristica della zona. L’altopiano così come le vallate sottostanti (definite Valle dell’Anapo) sono delle importanti zone naturalistiche[4]. Nella zona di Giarranauti è presente un bosco.
Vari sentieri permettono di visitare il sito. La Valle dell’Anapo è accessibile da due varchi collegati tra di loro, dal lato di Sortino e dal lato di Ferla.
L’area in cui ricadono gli interessi archeologici ha come suo punto più elevato quello dell’anaktoron. L’altopiano è circondato dalle ripide valli che rendono il territorio semi inaccessibile se non per l’agevole accesso (oggi percorso dalla Strada Regionale 11 proveniente da Ferla) della Sella di Filiporto. Qui venne costruito un ingresso fortificato con un fossato a protezione.
Pantalica ricade nella Riserva naturale orientata Pantalica, Valle dell’Anapo e Torrente Cava Grande.


Cassibile

 

Il Borgo Rurale di Cassibile costituisce la parte più antica della località, ubdicato nella parte meridionale di Cassibile, esso un tempo al suo interno aveva di tutto: oltre alle case dei contadini, vi era la Chiesa, le stalle, i magazzini per gli attrezzi agricoli, i granai, i palmenti per uva, le olive e il grano e poi ancora varie opere fondiarie, locande e osterie, una caserma dei carabinieri per salvaguardare la sicurezza degli abitanti e un presidio medico-ospedaliero per far sì che si potesse salvaguardare anche la salute di coloro che abitavano questo borgo rurale.
Venne elevata anche una torretta chiamata Torre del Marchese, la quale serviva per avvistare presunti pericoli per il borgo come per esempio le incursioni dei briganti, fenomeno che interessò tutto il Sud Italia nella seconda metà del 1800, nel tempo in cui scoppiarono le rivolte contro il neo-ufficializzato Regno d’Italia con sede sabauda a Torino.
Oggi del Borgo di Cassibile restano visibili la Chiesa, la Torre del Marchese, l’Arco d’ingresso al Borgo e degli edifici. Il resto del Borgo venne distrutto durante la seconda guerra mondiale o demolito per inagibilità.

Di recente, nell’agosto 2012, è stato proposto di valorizzare il Borgo rendendolo fruibile ai visitatori e facendolo divenire fonte culturale e turistica con tale motivazione:

« Rilanciare il Borgo Antico di Cassibile, unico esempio di architettura contadina esistente ed ancora agibile »
« Stabilire per Legge la destinazione del sito ed attivare quanto necessario per far diventare il Borgo Antico di Cassibile patrimonio pubblico dove allocare Musei, botteghe, biblioteche, zone di ristoro, shop, contenitori musicali, sale conferenze ed espositive, sale multimediali e ricostruzione di antiche mestieri. »

Si sostiene infatti che il Borgo Rurale di Cassibile sia l’esempio più consistente delle vestigia, ancora esistenti e visitabili, dell’antico mondo contadino e per questo motivo si vuole fare di esso un’attrattiva culturale-turistica che offra ai suoi visitatori la possibilità di vederlo come un museo.